di
Paolo Coruzzi
Mi accorgo appena del tuo
passare
eppure la terra si squarcia
e sottosopra, capovolto
sprofondo e divarico sassi.
Gabbiani.
cristalli, e quarzo
scheggiato si
frammenta
tra spazi scomposti, e lanterne
fumano di spezie e ricordi
scoperti; deserti mi ricoprono
e lentamente, prossima
alla deriva s’inabissa la mia
anima, e si schiude la
memoria e il porpora
si confonde a un bacio
vermiglio, incandescente:
provocazione di pioggia che
crepa l’asfalto e dalla
pendenza scivola.
Riemerge dal silenzio
scomposto bagliore;
si aggroviglia,
e come seta molle
di
vento,
ondeggia,
si flette a
tratti.
Ancora un passo.
Il tramonto cede il suo
azzurro a petali
di rosa.
Guardo;
gli occhi
dilatano
il castano
riflesso.
Sguardo;
ancora accecato
su remote
risonanze.
Abbracciami.
delle tue labbra.
Ricordami.
La gamella non conteneva
più
nulla
solo insalubre vociare
e ispido, di denti
scavati dalla noia
e dal morire
lento, costante.
La lobbia consunta
cedeva le larghe tese
al
freddo.
di un vagito, e gocce;
l’anziana donna contrita
e la croce cadeva
dal vertice
dimenticato
di un’elegia solenne
e incompresa.
Eldorado beffardo paesaggio
di malinconie riverse
sul passato del mondo.
Intriso di abbandono
il passaggio in volo
di stormi composti e
sospesi.
Sferzate di mani aggrappate
a uno specchio di memorie.
Ti osservo con lacrime di smalto
seccate su stoffa rappresa,
con pianto,
un sorriso breve,
e brevi cenni di foglie in
bilico sopra l’abisso
tangibile del nulla.
Guarda i miei polsi
e ascolta il vento curvo
delle
vene.
La neve spandendo confonde
la debole onda che
nel freddo diviene
immobile,
innocente.
L’oscuro pregno della
Trasfigurazione
interroga il silenzio profondo
della mia anima.
L’amore fugge alla vita,
continuamente spaventato, e
cerca conforto nella solitudine
del suo abbandono.
L’amore è paura di morire
dentro.
La donna guardava diritta
di fronte a sé,
il vestito scopriva le spalle,
il cuore immobile,
stupore,
oscurità spaccata dal
tramonto distante,
fino al cielo,
luce solenne e accecante,
il fragore scompare,
nuvole svaniscono inghiottite.
Lui sorregge ogni
tempo.
Villa Borghese, 10 febbraio 2005
Il marmo chiaro resta
indifferente al calore
solare.
Attraverso la schiena
il freddo nudo della
terra; pregna di gelo
e sostanza.
Rumore che dal cielo
scende per mescolarsi
al calpestio confuso e
disordinato di vite umane
curiose del tempo.
Cosa cercano gli uomini?
Cosa vogliono conoscere del
loro passato?
Di quali risposte hanno bisogno?
Una buccia d’arancia
s’ammolla svuotata dal
suo frutto.
L’arancione e la sua ombra.
Un giorno apri gli occhi
e il tuo tempo è concluso.
Un giorno apri le mani
e ti accorgi che non c’è
più nulla d’afferrare.
e t’interroghi,
piangi,
ma è troppo tardi;
è troppo esile il respiro che ti
resta.
Così i fiori raccolti ammutoliscono
nel loro seccare, e i petali,
fragili nella loro fragranza,
rappresi, s’inchinano
imploranti al distante
palpitare di una corolla
esausta.
Roma, 10 febbraio
2005
L’opale nobile del giorno
lasciava cristalli incastonati
di fluorite violacea cospargere
il cielo.
L’ametista sparsa soffice
sulla sua pelle cangiava
in quarzo latteo a ogni
breve sospiro.
Galena sosteneva il peso del
mio passo verso il cinabro
delle sue sottili labbra.
Il mare come malachite
disegnava vibrazioni esatte
e mute.
Barite i suoi seni mai scaldati
da luce solare, trasparenza,
sospesa e immacolata.
Le membra appoggiate su di una
superficie di bardiglio chiaro
mi accolgono e si sgretolano.
La fisarmonica procedeva
mescolando note alla
ruvida caduta dell’acqua,
che smagliata veniva
rigettata fuori dalle marmoree
fauci.
L’attesa e l’ombra,
parole,
frasi stonate e frenetiche
come spilli e aghi
nascosti.
Un profumo brusco
mi raggiunge,
denso,
la fisarmonica procede frenetica,
lo straniero,
i pensieri stranieri,
lo scalpitio, immobile, fremito
di una bandiera stropicciata,
dimenticata.
negli occhi grandi,
sereni.
Il cappello di morbido tessuto
scivolava nascondendo le
mani al freddo.
Le caviglie strette nella pelle;
sottili suoni fuggiti a
morbide labbra.
Quale profumo celato sul
collo sottile?
Quale fra i seni morbidi?
Seguo la fossetta delle sue guance
fino al sorriso;
il corpo si slancia
attraverso il fumo
e il sapore di caffè,
si allontana,
diafana illusione,
permane,
e rifugge.