ODI
di
Paolo
Coruzzi
Mantova, 19 febbraio 2005
Immagino
il mare distante
e l’onda
che sulla riva ghiaiosa
abbandona coriandoli
e stelle filanti, e maschere,
e tutto il mondo barcolla.
Quanta aria fredda
che non posso schivare;
ancora il rossetto di
una cameriera, riversa
e scomposta.
Lei parla, e parla.
Dura davvero troppo il vento,
Dura tanto che mi atterra.
I suoi seni sono ricoperti
da conchiglie come calici
capovolti, incastonati di
scaglie sporgenti, e
ferito
lascio navigare l’ultimo
sogno, distante
irriverente.
Mantova, 19 febbraio 2005
Ecco
una foglia,
ancora una foglia, rannicchiata.
Sotto il peso delle ombre
crepuscolari.
L’elegante signora si accorge
appena del molle foulard
che le scivola lontano,
via dal collo, segnato dal
tempo e da tutte le labbra
di uomini; di vino e tabacco.
Tutte le labbra lavate via.
L’Ungheria è distante; disordinata
sui suoi biondi capelli, e
fragrante.
L’Ungheria è un grigio spoglio,
maestoso e
periferico.
L’elegante signora vive e
tutta la vita le appartiene
e tutta la su vita non muore;
appena, ingiallisce.
Mantova, 19 febbraio 2005
Le tende diritte, immobili,
trafitte da un sole incerto
mi separano dai suoi occhi verdi.
Oltre il vetro la distanza,
incolmabile,
inesauribile,
incerta.
La
pioggia m’illude e finge, e
non lascia che arsura sul
fondo di questa melodia
lunga, grave.
A ogni nota il sangue,
a ogni nota il sudore,
a ogni lacrima langue,
a ogni lacrima muore,
mesta e soave
la più bella perla d’amore
e scompare
nel fondo immenso
del mare.
Le prime note si libravano
tra le colonne, e i palchi muti,
e timide s’interrompevano,
distratte dal vociare lagnoso
e fiacco degli invisibili
artigiani
dimenticati.
Poi la musica riprendeva,
sospesa,
e il silenzio che nutre l’anima
e il torpore, il fremito incerto.
L’attesa,
il buio della sala
l’incertezza e poi
stupore
e sempre più rapide scale
discendono.
Sfumature e rosso
e poi la voce
la malinconia
e…
ogni nota…addio.
Dall’alto potevo osservare
i loro pensieri,
dall’alto potevo seguire
i loro gesti.
Come è piccolo l’uomo,
come è precario.
Ogni azione è l’inizio della
sua dimenticanza,
ma si deve vivere,
per forza e a volte per piacere,
il più delle volte distratti
e troppo presto pentiti di non
aver prestato attenzione a
quel breve attimo fugace
chiamato vita.
L’anima della gente è dimentica,
è solitudine che si
perseguita trangugiando
veleno,
è selciato e piedi scalzi.
la mia disperazione?
Puoi fare a meno di guardare
i miei gesti imprecisi?
Puoi amarmi per una vita intera?
Puoi?
Puoi consolare e colmare il vuoto
che mi precede?
Ti cerco disordinatamente in
ogni amore di passaggio,
e osservo la pioggia cadere,
e per un attimo arrestarsi,
e per una fitta del cuore
piegarsi,
di sotto al cupo buio dei pianeti,
di sotto al gesto incerto della
mia mano nell’atto
di raccoglierla,
nasconderla,
proteggerla.
- Quanto vale il tuo amore?
- Un solo minuto d’imbarazzo:
- Perché dici questo?
- Perché mi hai appena raggiunto
e già ho timore di perderti.
- Ma ancora non sai nulla di me!
- Amo quello che posso sognare della
tua immagine.
Amare ogni imprevedibile
cromatismo del tuo trascorrere,
senza tempo, nella maestosità
delle tempeste e degli inverni.
- Mi resterai accanto?
- No.
- E il mio amore?
- Soffrirà e io non potrò guarirlo…
- Perché non mi guardi negli occhi?
- Perché infrangerei la speranza
di amarti per sempre.
S’imprimono
le lacrime sui
sepolcri lucidi di vetro
e petali.
affaticano il taglio
dell’anziano curvo sul
triste epilogo di una vita
di sassi da evitare,
di gelo da scongiurare,
di sole da guardare con
sospetto,
di neve e stagioni,
tutte uguali, l’una
all’altra.
E le tombe, svuotate
dall’argine sconfitto,
vagano dirette alla foce,
e poi giù nel profondo del
mare, nel buio del mare.
L’anziano non aveva lacrime
L’anziano non conosceva il mare.
Il gin rullava all’insù,
e digerito precipitava,
cazzo come precipitava e…
no, signori, me che ne
sapete voi delle donnacce?
E giù il gin, giù,
basculante in bilico
tra la dannazione e un
filtro ingiallito
piegato i due come una
bella mulatta spossata e…
gin;
guarda i miei fianchi,
guarda bambina,
guarda dannazione,
che il mio tempo si è
stancato della mia pazzia!
Gin e…Cin!
Alla tua salute
e alla mia.
Sono
cresciuta
e porto ancora un bracciale
porto ancora il desiderio
di andare via.
Quel paese dove…
la vita si mostra.
e conservare il peso di
quell’ornamento argentato
tanto caro.
Come appaiono distanti
le montagne
e la loro vertigine.
Mi trema il petto,
ma il vento è troppo ripido,
m’insegue ogni gemma di
sale e cristalli; nuda,
scivolo e…posso sentire
le vene gonfiarsi e il polso
gela, e ti amo…
ti amo esitando.
Ma alla fine di tutto
c’è una gioia
immensa,
l’applauso del pubblico
e i tasti picchiati con
veemenza sul pianoforte
e tu,
che comunque sia andata
hai camminato a lungo
verso la luminosa
vetta mai raggiunta
eppure mai tradita
né dimenticata,
ma sempre ambita,
cercata e desiderata.
Nel petto c’è un gran frastuono
e mille e poi mille
scenari di luce.
Ti saluto amico mio
e vengo ad abbracciarti.
Ogni Ode è nata grazie alla meravigliosa
musica
di Stefano Gueresi, mantovano.