CANTI MADRILENI

 

 

I. La città

 

 

Nel silenzio amaranto

di un procedere indefinito

e vacuo.

Erosa ogni ùvea,

sgualcita

di pianto e peregrinare.

Molle; a questi lampi scostanti

abbandono ogni clamore

e fremito.

Mescolo il respiro

di calore immobile.

Suda e soffoca ogni mia

preghiera.

Non resta nell’aria

che il querulo

incedere di un pianto

distante.

L’anima trasale nel vento,

nell’inevitabile adornarsi

della notte,

dissolvendo,

nell’infinito stellato

che ne adombra

ogni palpito.

 

 

Madrid, 1 agosto 2006

 

 

 

II. Il sonno

 

 

Cessa ogni frastuono,

il farneticare farsesco

del mondo si sottrae

per un istante,

ritraendosi:

come resina risucchiata

nella corteccia,

come rovo ricacciato

nella terra più infeconda.

Serro gli occhi,

e mesto,

con indosso la mia miseria

di uomo, e il mio splendore,

salpo…

e quanto più dista l’orizzonte,

tanto più il pensiero

diviene inamovibile,

e quanto più le mie membra

ricusano il tuo addio,

tanto più l’oscurità

placa ogni inappagata

arsura.

 

 

Madrid, 1 agosto 2006

 

 

 

 

III. La veglia

 

 

Ancora mi cinge il collo madido

come serpe di palude

il guanciale oppresso;

e non l’inerte mano, fiacca,

ne il sitibondo drappo,

sapranno tergere gli spasmi del sogno,

atterriti dal vagare feroce di questa mia mente

feconda e giammai placata.

T’incontrai sconosciuta

nell’imo di un abisso insondabile

e precario.

Lì ti destasti scoprendo il tuo pallore,

come madreperla che rischiara al suo schiudersi,

priva di contorni,

quasi dissolta nelle fragranze

che forzano il mio incedere verso la tua assenza.

 

Non so distogliere lo sguardo,

non so afferrarti.

Così cedo, granito il cuore dalla notte

incessante.

 

 

Madrid, 1 agosto 2006

 

 

 

 

IV. La fiesta

 

 

Urtano le voci

nell’eslège gioia

rovesciata attraverso le calli;

mentre il vespro

si abbatte sull’asfalto macerato,

e provocato, da tutto il peso

di questa mèsse tremula

e difforme,

che s’agita come preda

di un tumulto della ragione.

Si rovescia incapace,

confusa di riso e liquore,

e intona canti,

più spesso urla,

e poi si ritrae,

inspirando esausta il languore fulgido

del tabacco ultimo già

fatto cenere.

 

 

Così pencola ogni labbro nella ricerca disordinata

di appagare ogni sete

e sputa,

sul selciato espugnato e battuto dal passo

che non dà tregua;

dal passo indifferente

e gioioso, che porta in sé la gloria invitta e implacabile

della vita.

 

 

Madrid, 2 agosto 2006

 

 

 

 

V. La tierra

 

 

Afferro deciso

e fessa nella mano

costringo la debole pietra

che tento di scagliare;

ma il braccio trema,

non c’è volontà né premio.

 

Volto lo sguardo

verso l’occaso grondante di aride nubi,

spaccato nella sua vastità

dall’accecante lume sopito,

e m’inginocchio esausto di sogni,

su questa plaga ineguale,

manco di ogni desiderio e memoria.

 

Le ruvide gote si mescolano, strisciando, all’arena;

le membra scomposte si tingono nella

vertigine crepuscolare.

 

Divenire parte e sembiante,

vitreo speglio posto ad accogliere

ogni astro e tempesta.

Giungo le mani e invoco,

poi mi lascio attraversare dal vento,

di nuovo fertile;

e nuovamente,

in questo smarginato silenzio,

posso udire il Tuo canto.

 

 

Madrid, 2 agosto 2006

 

 

 

 

VI. Borla

 

 

Bocca di murice,

e cola

sotto il labbro

il denso desiderio costretto.

 

 

Se quelle mani

navigassero le mie tenebre,

e l’opale iniettato di

pastosa cocciniglia si conficcasse

avido nella mia carne,

così ti annienterei nel mio

abbraccio,

levigherei così i tuoi seni

puntuti e tesi,

assedierei

l’argento che ti adorna

di luce il collo.

 

 

Spogliati ora,

perché il tempo non mi dà pace,

e affondami

tra i tuoi lembi voluttuosi

e fradici.

 

 

Perché non cessa la malinconia

sul tuo ventre,

non si arresta.

 

Solo asciuga,

incapace e misera,

vorace del tuo sguardo ancora acceso;

inebriata,

dall’invocata e celebrata sconfitta.

 

 

Madrid, 2 agosto 2006

 

 

 

 

VII. Il respiro

 

 

Non indifferente,

ma incerto

si allontana;

dissolto nella morbida piega

di un sorriso impaziente

e candido.

 

 

Come un’onda

nel suo oscillare quieto

ti trattiene,

così i gioghi lievi

si allietano distanti

al tuo debole percuoterne

le morbide asperità.

 

 

Ti disfai

sulla face del suo sguardo,

trattenuto,

soffocato.

Nell’attesa che ti ammaestra,

e vince.

 

 

Guarda i suoi occhi

attraverso il sogno,

e poggia sul tuo alito

parole di meraviglia,

e moti irrequieti,

e diserta il cuore soggiogato,

prima che il sangue

ostruisca il tuo abbandono,

prima che lei,

svanisca nel risveglio.

 

 

Madrid, 3 agosto 2006

 

 

 

 

VIII. Tormento

 

 

Inarrestabile.

La discesa diritta,

scoscesa,

frantumata.

Il piede insicuro

che poggia e poi balza

mentre la caviglia torce

incapace,

così il perone si flette

come un arco d’avorio

e schianta,

di sotto al peso instabile

dell’anima.

 

 

Come marre le mie braccia

divaricate

cercano invano un attrito

nella profonda tenebra,

nell’avello di putridume

e acredine delle iniquità umane.

 

 

Taci.

e interrompi il tuo lamento,

e ricaccialo

lapidato nella profondità

della spelonca che gli fu

ventre e seme.

 

 

Perché lo zolfo che schizza

fuori da questo duomo salino

nelle ore della febbre

non è che piscio

rappreso, ora;

e così l’odore di

questo inferno

che mi piomba innanzi

frantumandosi

come uno specchio,

sul volto,

non è che l’invocazione

al flagello,

l’incitazione alla resa,

il culmine,

capovolto,

della mia oscurità.

 

 

Madrid, 3 agosto 2006

 

 

 

 

IX. Civiltà

 

 

Quanti i numi interrogati?

Quali risposte?

C’è stato un tempo, forse,

meno impreciso,

più saldo al suo trascorrere?

 

 

Quante mani hanno attinto

da questa sorgente?

e quanti ne hanno bevuto,

proseguendo illesi,

nel quotidiano loro confondersi?

 

 

Non ricordo i vostri volti,

ma mi sovvengono di voi le voci.

Un murmure destituito

della sua melode

e relegato,

sullo sfondo cangiante

del mio conoscere,

e del mio dimenticare.

 

 

Gli uomini

e la loro vanità.

La Gloria,

esternatrice di follia.

Tutto l’immane ardore

di artieri e sovrani,

svanito

in questa ostinata precarietà,

nel pianto straziato

delle violentate Muse

appassite, arrese,

rifugiate nel tacito Parnaso

di crepe

e sgretolante di preziosi

intonaci.

 

 

Ti osservo severo

mondo,

e resto in attesa, feroce;

perché mi raggiunga,

prepotente,

una tua risposta.

 

 

Madrid, 3 agosto 2006

 

 

 

 

X. Il risveglio

 

 

Come la randa

si distende,

percossa e incitata

dal caldo fiato incipiente;

così le membra ristorate

e attorte,

abbandonano,

levandosi,

il mondato giaciglio.

 

 

Più nulla rimane

nella fucina notturna dei sensi.

 

 

E’ come se il breve bagliore filtrante,

quel soffocato anelito di splendore,

svellasse misericordiosamente,

da ogni figura,

la vibrazione sensuale e indominata dell’ottenebrante bragia.

 

 

Nella memoria,

nel ricordare le tue linee brune,

ora docilmente avvinte,

un’eco,

che dissolve,

in un canto misurato e labile,

che s’intona all’aurora dei tuoi occhi,

e danza,

volgendosi saziato,

all’inuguale ornarsi di luce

del tuo viso.

 

 

Madrid, 4 agosto 2006

 

 

 

 

XI. La passione

 

 

Non indulge

né porge biasimo

la voce che supplica

per sconquassare

la commettitura

mai ebbra,

mai raggiunta dal sopore,

che come un’incessante strio

si perpetua.

 

Larva membruta che

s’immilla nella cera strutta.

 

Vanito il bulicame

tramutato in scroscio,

spinta la carne da libecci viscidi

e accecanti,

lituati i corpi

senza più

forza e figure.

 

Trangugio questa poca saliva,

questo salso umore dilaniato,

e mi abbatto muto

nel silenzio ondìvago

delle tue labbra.

 

 

Madrid, 4 agosto 2006

 

 

 

 

XII. Soledad

 

 

La pagina bianca muore

di sotto lo sguardo increspato,

e non c’è più vita, pianto, dolore,

solo un animo sbigottito.

 

Così come la mano tremante

afferra, incapace, l’arnese,

e tremula curva, e ansante,

mancando incerta le righe illese.

 

Ti osservo uomo nel tuo triste svanire;

l’arrochita voce, le macilente dita

adunche di guerra, il riflesso cilestre nel pianto.

 

Odo il tuo respiro lento intorpidire

mentre invochi l’ultima ode alla vita,

prima di riporre, in un limbo di sogno, il tuo fragile canto.

 

 

Madrid, 4 agosto 2006

 

 

 

 

XIII. Danzatrici

 

 

Breve la fiamma

si spoglia della sua luce.

 

Tenebra.

 

Un uomo distante

percuote;

un nubifragio inverecondo di note

frantumate,

ammassate e indistinte

nell’aere torbida e livida

di fumo e attesa.

 

Mi volto.

Ogni figura pare ricomporsi;

poi schianta,

carnale,

segnata da labbra rutili

e ricomposte

dalla smania del bacio.

 

Bella di un nuovo profilo,

di nuove braccia nude,

di nuove linee d’onda;

ripiegate sulla compagna,

invescata e conficcata sul seno palpitante;

scarmigliata e provocata

in un ansito folgorante di notte.

 

I volti assiepati

si fanno di rugiada torbida.

Ancora un violento

sbattere di corde,

le mani s’allumàcano

sui fianchi,

serpi inghiottono

ogni brandello assopito

per rigettarlo verso l’ipogèo

di ogni desiderio sfrattato,

nel fastigio brulicante

di uno spazio stravolto.

 

Il liquido scorre rapido,

cola, senza perdono;

dalle cosce vibranti,

sulle caviglie snervate,

dissetando la terra esausta,

ingravidandone il ventre,

frugandola,

nell’intimo abbandono che la vuole

madre.

 

 

Madrid, 7 agosto 2006

 

 

 

 

XIV. Riflesso

 

 

Un petalo

si è abbandonato alla superficie.

Porta in sé il chiarore

lunare da poco trascorso,

porta in sé la distanza,

e l’addio.

 

Il suo talamo è ormai smarrito,

si confonde,

giace ancora splendido

della sua corolla,

e ancora tuffa

la sua immagine muta

sul silenzio fragile

dello scintillante manto

lacustre.

 

Anche il tuo sorriso

vi si affaccia, debole di sonno,

e vi si rifrange;

mentre il petalo

spinto a riva

dal fresco soffio dell’aurora,

ti raggiunge,

ornando di delicata madreperla

il tuo collo fino.

 

Intorno è solo pace,

solo quel vuoto immenso

colmato di meraviglia e

splendore.

Di sotto lo stelo un filo d’erba è scosso,

poi più nulla,

ogni anima ha il suo risveglio,

ogni bacio il suo perielio.

 

 

Madrid, 7 agosto 2006

 

 

 

 

XV. Il perdono

 

 

Il corpo esanime

si abbattè feroce al suolo

esecrato dal pubblico presente:

Per il poco pallore delle gote

scalfite e sbattute sull’asfalto,

per il troppo scèmpio di carne,

per il poco visibile coagulare del sangue.

 

 

Scarpigliati e immondi

gli abiti trucidati essiccavano al sole

ancora luridi di vita.

Parevano membra mozzate,

sozzeria lasciata per cibare le cancrene

della terra.

Un colpo dilaniò l’ammassarsi delle voci,

poi un grido,

l’ultimo,

prima che la violenza del fuoco

prendesse a divampare incontrollata.

 

 

Il giorno perse la sua luce,

ogni cosa fu sepolta.

Una pioggia lustrale cadde sottile,

ma non ci fu nessun regno

ad attendere,

nessun luogo di riconciliazione,

nessun perdono.

 

 

La fine era stata stabilita

da una mano mediocre,

da una mente stupida,

da una faccia demente.

La fine era stata votata

da un mondo sordo,

da un volere improbabile,

da un tempo forse troppo frangibile.

 

 

Nell’immenso baratro

di un abisso capovolto

e immutabile,

solo un bagliore,

prima di questo

soffocato tumulto.

 

 

Madrid, 8 agosto 2006

 

 

 

 

XVI. Il rancore

 

 

Non saper dimenticare,

non essere capaci

di arrestare l’impeto

del sangue,

mentre nelle vene

scorre e infuria la rabbia

celata e oppressa.

 

 

Non trovare la forza

per piegare, e dominare,

e soggiogare, il desiderio

impetuoso della rivalsa.

 

 

Terribile si fa il cuore

gravido d’offesa;

quando certo della sua lealtà,

quando padrone della sua giustizia,

quando mai schiavo delle altrui vanità.

 

 

I nervi si serrano forti nel pugno

pronto nella mano sicura,

nel gesto già disegnato

nel pensiero di tenebra.

 

 

La furia dev’essere placata,

l’arsura mondata dalla troppa polvere,

ma il ricordo,

la memoria instancabile

che si riaccende,

sommando livore a livore,

fino a quando resterà placata?

fino a quale momento

il petto la saprà contenere?

 

 

Volgiti ora

e allontanati dai miei

occhi;

e ricorda,

che la tua pazzia

è la mia misericordia.

 

 

Madrid, 8 agosto 2006

 

 

 

 

XVII. Contemplazione

 

 

Un debole raggio di sole

pende,

rifratto attraverso

l’ampio lucernario,

raggiungendomi,

lieve e tiepido

di tardo meriggio.

 

 

Una melodia distante

s’asperge,

oscillante,

attraverso il fragrare distinto

che al respiro

riporta i confini nitidi

del tuo sembiante.

 

 

La mano raumiliata

incide gli ultimi tratti,

poi cede,

e ripone il suo mestiere

e lascia nel vento l’ultima parola:

amore.

 

 

Madrid, 8 agosto 2006

 

 

 

 

XVIII. Attesa

 

 

Il gréto del fiume

pare ormai un deserto:

l’ultima stilla è trangugiata,

inghiottita dal sole fermo,

sovrano.

 

 

Solo una motosa superficie

sulla quale poggiare il passo

insicuro.

 

 

Solo frammenti e

ricordi,

attraccati a queste aride sponde,

avvinghiati opposti alla corrente smarrita;

e poi sassi frantumati,

e le macerie

sparse ovunque sull’ampio letto

pendono, rigurgitate fuori

dalla croste terrestre.

 

 

Tu non ti mostri a me

futuro.

Se non attraverso

l’interminabile cielo.

Se non per mezzo

del clangore disordinato

di queste foglie.

 

Lei non verrà più

e io continuerò ad aspettare.

non tornerà più qui

e io la guarderò

svanire.

 

 

Madrid, 9 agosto 2006

 

 

 

 

XIX. Favola

 

 

Pingue la mano

sorvolava il volto

per far sì che lo sguardo

guatante alla pecchia minacciosa

non venisse distratto

dall’abbaglio rugiadoso

della diana.

 

Il ronzio d’un tratto svanì.

 

L’occhio corse giù verso

la stretta fratta.

 

Più nulla.

 

Vanito era persino il vento.

 

L’uomo d’affrettò

a portare alla bocca

il miele,

lo masticò,

lo sentì rappigliare fra i denti;

sputò in terra.

 

Poi guardò innanzi a sé.

 

La pecchia rideva,

rideva.

 

Tutto a un tratto scolorò:

le profumate zagare

s’intetrirono,

lo zèfiro tossì

nell’aere aghi di ghiaccio,

le ginocchia si piegarono

e la faccia incontrò la terra,

trasecolando in un ultimo fiato.

 

Il dolce nettare

si mescolò alla saliva

e scivolò via,

fino a scomparire asciugato fra sterpi.

 

L’aligere si fletteva in tondo

con levità inconsistente,

e rideva,

rideva.

 

 

Madrid, 9 agosto 2006

 

 

 

 

XX. Abanicos

 

 

Lo sguardo si cela,

poi riappare.

Gli ornamenti e le figure

mutano come fotogrammi illeggibili;

sempre uguali,

sempre gli stessi.

Dal sottile tessuto ripiegato

un profumo spande.

Paiono come farfalle:

afferrano il calore

fra le calli,

nascondendo i sorrisi e il rossore,

poi con un chiòccio

si richiudono

e tra le delicate dita,

nude di sicura mano,

scompaiono.

 

 

Madrid, 9 agosto 2006

 

 

 

 

XXI. L’oscuro hidalgo

 

 

Ora che colui che contò le tue gesta

è qui immobile,

scolpito nella pietra ch’eterna

sprofondando nella fredda materia

quella che fu la sua sofferenza

mortale.

 

 

Ora che dall’alto la sua figura si erge,

violata unicamente dagli umori del cielo;

puoi ritrovare il tuo cammino,

richiamare il tuo servitore?

Puoi tu credere ancora nei gloriosi

moti del cuore?

 

 

Cosa può farsene questo pianeta

di un pazzo sognatore?

di un illuso mentecatto

armato di cénci e armi di molle tempra?

 

 

No, non importa più dei cavalieri,

non importa più del valore saldato in petto.

 

 

E’ un mondo di scudieri questo,

un mondo che assiste disilluso,

un mondo che ha sempre paura e trema,

e si lascia tumefare dai colpi di verga,

e si lascia guidare dalla reale follia

verso un limbo di altrettanta

miseria e sudiciume.

 

 

Ma io voglio soccombere sotto ai

mulini a vento,

per mano dei mulini a vento,

frantumato da questo vento.

 

 

E voglio gridare a Dulcinea

che l’amo, e che l’amerò

comunque,

e che c’è amore ovunque:

tra le mie mani,

attraverso gli occhi,

nell’ultima lacrima e

nell’addio,

nello schianto dell’elsa

in terra,

nella polvere,

e nel mio urlo di vita

che si sparge mai domo

su tutta la terra.

 

 

Madrid, 10 agosto 2006

 

 

 

 

XXII. Brujas

 

 

Una voce sottile

blandisce l’anima

confinata,

e la muta.

 

Un’altra

ne smaga l’aspetto,

e la cattura.

 

Una lène favilla

si discioglie

sul mio petto nudo,

offerto.

 

Ègro mi accingo

a oscurare il flàvo

bagliore del metallo

incandescente;

lo evito,

lasciando che il morso

s’abbatta

presso la spalla

fragrante,

che incida la carne sicuro,

attento a non recidere vene.

 

Il seme muliebre

avvampa

sulle coste avvinte

di voluttà e malìa.

 

Le lingue, inique,

passano su ogni umore,

invescate e solle.

 

Soverchiato suono trascinato,

costretto da unghie

di ematite,

in questa latomìa

di alabastro

e smalti trasudati.

 

Sono serchiato,

e come réna

mi dissolvo,

precipitando nella voluta

inconsistente dell’ombra

e imbelle

accasciandomi per un ultimo

lamento

del cuore.

 

 

Madrid, 10 agosto 2006

 

 

 

 

XXIII. Gioco

 

 

La vestale s’ornava

e claudicante verso l’uscio muoveva

lenta, e severa nel torvo viso

gravosa verso colui che non le diede avviso.

 

Ma venne un prence di foglie ornato

e alla donna d’un tratto svanì il fiato,

tanto che l’altro, si bello, ma tonto,

lasciò la donna cadere e intonò un canto:

 

“Vogliate signora accettarmi a palazzo

perché possa proteggere le vostre alte virtù

dinnanzi al nemico che potrebbe sortire

 

in un qualunque momento dalla bragia o da un pozzo!”.

La casta rispose con l’adunco naso piegato all’insù:

“Messere domate l’ardire. La vostra corazza già fuma

e voi potreste svanire!”.

 

 

Madrid, 10 agosto 2006

 

 

 

 

XXIV. Amistad

 

 

Quante mani abbiamo

serrato nel saluto,

e quante liberate

nel congedo?

 

Quanto del passato

resta vivo,

e quanto ne muore?

 

Dove ripara la gioia

e il breve frammento

sbiadito?

Dove trova nuovo vigore,

nuovo barbaglio?

 

Milioni di anime

che mi attraversate,

centinaia di voci

che vi dileguate,

più rapide,

più spietate.

 

Quanto cammino

ancora ci è concesso,

insieme?

 

Cosa contiene la pàtera

che ci verrà offerta

dopo il lungo silenzio?

 

 

Tutta questa esistenza

che mi si affolla dentro,

che irrora l’anima

di nostalgia,

mentre il sangue come ràgia

sedimenta,

percosso e sciupato dal tempo

veloce.

 

Cosa risponderò a questa esistenza?

 

Lascio su questa terra il pianto

e i grandi baleni del mio sorriso,

e intrido tutti voi

nella volta interminabile

del mio cielo

mai spento.

 

 

Madrid, 11 agosto 2006

 

 

 

 

XXV. Mujeres

 

 

Belle che vi levate

al vento e danzate,

ornatemi con le vostre fragranze

celesti e vermiglie.

 

 

Vestitemi di onda,

lago e torrente e

navigatemi.

 

 

Perché sul confine

delle vostre labbra

è il mio attracco,

sull’orizzonte glauco

del vostro respiro

il mio volo,

sulla pace dei vostri

cuori materni il

mio splendore.

 

 

Non c’è lume

che sappia guidare

come i vostri occhi,

né vampa capace

di ardere come il

vostro incanto.

 

 

 

Di voi invochiamo il nome

ed è il canto,

un murmure dell’anima mai spento,

un agrore che si tramuta in siero

e si sparge dolce nei corruscati

e smarriti precordi.

 

 

Porgetemi le mani

e insegnatemi

che cos’è il silenzio;

fate sì che io impari ad ascoltare

e poi con un bacio svanite,

ineguagliabili creature dell’amore.

 

 

Madrid, 11 agosto 2006

 

 

 

 

XXVI. Adios

 

 

Questa terra adusta

si fa difficile al passo,

non senti?

 

 

E la tua pertinacia

non ti salverà,

non potrà svellere da questo greppo

la radice succosa,

non ti darà

abbastanza forza

per vincere i borri

e le tremende fratte.

 

 

La tua bocca

masticherà strame

e il tuo ventre esangue

sarà fondiglio

di macerie e tormento.

 

 

Non senti la réna

invescarsi ai

calcagni?

 

 

Dove credi

di poter intingere

le tue labbra

assetate?

Domani il sentiero

ti avrà abbandonato

e io non potrò più

tenderti la mano.

 

 

Cadrai solo,

redimìto dal popolo

dei senza fede,

frantumato

dalle urla degli

affamati.

 

 

La tua mercede

sarà l’abbandono

e dómo sarà il tuo petto,

e nessuna sostanza più

verrà a saziarti,

nessuna ricompensa.

 

 

Hai perduto tutto

e ora, senza esitare,

rendimi i miei

sogni.

 

 

Madrid, 11 agosto 2006