AFFRAMONT

 

Scivola breve il ruscello verso il lago;

un muto gorgoglio, strozzato.

Precipitano i contorni di vette sul

riflesso tremolante della superficie.

Avverto il silenzio della solitudine,

distratto appena dal rumore vago

e discendente di un motore

che richiama l’attenzione al cielo.

 

Anche il vento pare assopito in

questa conca pietrosa; solo pace.

Una pace inseguita e dolorosa,

segnata dal timore, e ansiosa

di trovare un appiglio.

Un camoscio è il mio unico compagno;

curioso si avvicina, osserva e poi

risale, s’inerpica.

 

La sua vita è un disegno preciso,

un tratto netto tracciato con

linee spezzate fra sassi e sentieri.

Svegliarsi e ritrovare il sonno.

Svegliarsi e non porsi domande.

Solo vivere e procedere attraverso i giorni.

Solo sentire lo scorrere degli elementi.

Solo respiro senza tempo.

 

Le marmotte lanciano richiami;

l sole è ormai scomparso portando

via con sé le ombre e sudore.

Le dita si muovono lente, il sangue

circola debole, il freddo del crepuscolo

diviene man mano più acuto:

alzo lo sguardo fra i cirri frastagliati;

tutto è perfettamente immobile.

 

Se gli uomini potessero fermarsi a

osservare questa quiete infinita,

forse riuscirebbero a sentire il suono

di tutte le lacrime.

Il perfetto della natura mi divarica

il petto, cado di schiena respirando;

ogni particela di mondo mi penetra,

mi confluisce attraverso.

 

Così tanta vita in un così

sprofondato oblio.

Dio riposa qui accanto, indisturbato;

di tanto in tanto sbadiglia e

mescola queste acque ai suoi sogni.

Dio è questa roccia che sostiene il mio

corpo, la sua precisa irregolarità,

i suoi muschi e le sue piaghe.

 

Il rosa pallido mi indica l’approssimarsi

della notte, mi riporta con il pensiero

alle gote amate e distanti.

Fata ornata con cardi e genziane

lavata con timo e lavanda,

che ora manchi a queste ore e a

questa maestosa cornice.

E’ il canto della prima oscurità silvana.

 

Le labbra sono aride di preghiere,

le ossa tremano al taglio della

tramontana insinuante.

Il giorno lascia che le immagini

si scompongano; ogni cosa perde profondità

e volume, restano i contorni

poi, solo un’immensità stellare.