Nel silenzio amaranto
di un procedere indefinito
e vacuo.
Erosa ogni ùvea,
sgualcita
di pianto e peregrinare.
Molle; a questi lampi scostanti
abbandono ogni clamore
e fremito.
Mescolo il respiro
di calore immobile.
Suda e soffoca ogni mia
preghiera.
Non resta nell’aria
che il querulo
incedere di un pianto
distante.
L’anima trasale nel vento,
nell’inevitabile adornarsi
della notte,
dissolvendo,
nell’infinito stellato
che ne adombra
ogni palpito.
Madrid, 1 agosto 2006
Cessa ogni frastuono,
il farneticare farsesco
del mondo si sottrae
per un istante,
ritraendosi:
come resina risucchiata
nella corteccia,
come rovo ricacciato
nella terra più infeconda.
Serro gli occhi,
e mesto,
con indosso la mia miseria
di uomo, e il mio splendore,
salpo…
e quanto più dista l’orizzonte,
tanto più il pensiero
diviene inamovibile,
e quanto più le mie membra
ricusano il tuo addio,
tanto più l’oscurità
placa ogni inappagata
arsura.
Ancora mi cinge il collo madido
come serpe di palude
il guanciale oppresso;
e non l’inerte mano, fiacca,
ne il sitibondo drappo,
sapranno tergere gli spasmi del sogno,
atterriti dal vagare feroce di questa mia mente
feconda e giammai placata.
T’incontrai sconosciuta
nell’imo di un abisso insondabile
e precario.
Lì ti destasti scoprendo il tuo pallore,
come madreperla che rischiara al suo schiudersi,
priva di contorni,
quasi dissolta nelle fragranze
che forzano il mio incedere verso la tua assenza.
Non so distogliere lo sguardo,
non so afferrarti.
Così cedo, granito il cuore dalla notte
incessante.
Madrid, 1 agosto 2006
Urtano le voci
nell’eslège gioia
rovesciata attraverso le calli;
mentre il vespro
si abbatte sull’asfalto macerato,
e provocato, da tutto il peso
di questa mèsse tremula
e difforme,
che s’agita come preda
di un tumulto della ragione.
Si rovescia incapace,
confusa di riso e liquore,
e intona canti,
più spesso urla,
e poi si ritrae,
inspirando esausta il languore fulgido
del tabacco ultimo già
fatto cenere.
Così pencola ogni labbro nella ricerca disordinata
di appagare ogni sete
e sputa,
sul selciato espugnato e battuto dal passo
che non dà tregua;
dal passo indifferente
e gioioso, che porta in sé la gloria invitta e implacabile
della vita.
Madrid, 2 agosto 2006
Afferro deciso
e fessa nella mano
costringo la debole pietra
che tento di scagliare;
ma il braccio trema,
non c’è volontà né premio.
Volto lo sguardo
verso l’occaso grondante di aride nubi,
spaccato nella sua vastità
dall’accecante lume sopito,
e m’inginocchio esausto di sogni,
su questa plaga ineguale,
manco di ogni desiderio e memoria.
Le ruvide gote si mescolano, strisciando, all’arena;
le membra scomposte si tingono nella
vertigine crepuscolare.
Divenire parte e sembiante,
vitreo speglio posto ad accogliere
ogni astro e tempesta.
Giungo le mani e invoco,
poi mi lascio attraversare dal vento,
di nuovo fertile;
e nuovamente,
in questo smarginato silenzio,
posso udire il Tuo canto.
Madrid, 2 agosto 2006
Bocca di murice,
e cola
sotto il labbro
il denso desiderio costretto.
Se quelle mani
navigassero le mie tenebre,
e l’opale iniettato di
pastosa cocciniglia si conficcasse
avido nella mia carne,
così ti annienterei nel mio
abbraccio,
levigherei così i tuoi seni
puntuti e tesi,
assedierei
l’argento che ti adorna
di luce il collo.
Spogliati ora,
perché il tempo non mi dà pace,
e affondami
tra i tuoi lembi voluttuosi
e fradici.
Perché non cessa la malinconia
sul tuo ventre,
non si arresta.
Solo asciuga,
incapace e misera,
vorace del tuo sguardo ancora acceso;
inebriata,
dall’invocata e celebrata sconfitta.
Non indifferente,
ma incerto
si allontana;
dissolto nella morbida piega
di un sorriso impaziente
e candido.
Come un’onda
nel suo oscillare quieto
ti trattiene,
così i gioghi lievi
si allietano distanti
al tuo debole percuoterne
le morbide asperità.
Ti disfai
sulla face del suo sguardo,
trattenuto,
soffocato.
Nell’attesa che ti ammaestra,
e vince.
Guarda i suoi occhi
attraverso il sogno,
e poggia sul tuo alito
parole di meraviglia,
e moti irrequieti,
e diserta il cuore soggiogato,
prima che il sangue
ostruisca il tuo abbandono,
prima che lei,
svanisca nel risveglio.
Inarrestabile.
La discesa diritta,
scoscesa,
frantumata.
Il piede insicuro
che poggia e poi balza
mentre la caviglia torce
incapace,
così il perone si flette
come un arco d’avorio
e schianta,
di sotto al peso instabile
dell’anima.
Come marre le mie braccia
divaricate
cercano invano un attrito
nella profonda tenebra,
nell’avello di putridume
e acredine delle iniquità umane.
Taci.
e interrompi il tuo lamento,
e ricaccialo
lapidato nella profondità
della spelonca che gli fu
ventre e seme.
Perché lo zolfo che schizza
fuori da questo duomo salino
nelle ore della febbre
non è che piscio
rappreso, ora;
e così l’odore di
questo inferno
che mi piomba innanzi
frantumandosi
come uno specchio,
sul volto,
non è che l’invocazione
al flagello,
l’incitazione alla resa,
il culmine,
capovolto,
della mia oscurità.
Quanti i numi interrogati?
Quali risposte?
C’è stato un tempo, forse,
meno impreciso,
più saldo al suo trascorrere?
Quante mani hanno attinto
da questa sorgente?
e quanti ne hanno bevuto,
proseguendo illesi,
nel quotidiano loro confondersi?
Non ricordo i vostri volti,
ma mi sovvengono di voi le voci.
Un murmure destituito
della sua melode
e relegato,
sullo sfondo cangiante
del mio conoscere,
e del mio dimenticare.
Gli uomini
e la loro vanità.
La Gloria,
esternatrice di follia.
Tutto l’immane ardore
di artieri e sovrani,
svanito
in questa ostinata precarietà,
nel pianto straziato
delle violentate Muse
appassite, arrese,
rifugiate nel tacito Parnaso
di crepe
e sgretolante di preziosi
intonaci.
Ti osservo severo
mondo,
e resto in attesa, feroce;
perché mi raggiunga,
prepotente,
una tua risposta.
Come la randa
si distende,
percossa e incitata
dal caldo fiato incipiente;
così le membra ristorate
e attorte,
abbandonano,
levandosi,
il mondato giaciglio.
Più nulla rimane
nella fucina notturna dei sensi.
E’ come se il breve bagliore filtrante,
quel soffocato anelito di splendore,
svellasse misericordiosamente,
da ogni figura,
la vibrazione sensuale e indominata dell’ottenebrante bragia.
Nella memoria,
nel ricordare le tue linee brune,
ora docilmente avvinte,
un’eco,
che dissolve,
in un canto misurato e labile,
che s’intona all’aurora dei tuoi occhi,
e danza,
volgendosi saziato,
all’inuguale ornarsi di luce
del tuo viso.
Non indulge
né porge biasimo
la voce che supplica
per sconquassare
la commettitura
mai ebbra,
mai raggiunta dal sopore,
che come un’incessante strio
si perpetua.
Larva membruta che
s’immilla nella cera strutta.
Vanito il bulicame
tramutato in scroscio,
spinta la carne da libecci viscidi
e accecanti,
lituati i corpi
senza più
forza e figure.
Trangugio questa poca saliva,
questo salso umore dilaniato,
e mi abbatto muto
nel silenzio ondìvago
delle tue labbra.
Madrid, 4 agosto 2006
La pagina bianca muore
di sotto lo sguardo increspato,
e non c’è più vita, pianto, dolore,
solo un animo sbigottito.
Così come la mano tremante
afferra, incapace, l’arnese,
e tremula curva, e ansante,
mancando incerta le righe illese.
Ti osservo uomo nel tuo triste svanire;
l’arrochita voce, le macilente dita
adunche di guerra, il riflesso cilestre nel pianto.
Odo il tuo respiro lento intorpidire
mentre invochi l’ultima ode alla vita,
prima di riporre, in un limbo di sogno, il tuo fragile canto.
Breve la fiamma
si spoglia della sua luce.
Tenebra.
Un uomo distante
percuote;
un nubifragio inverecondo di note
frantumate,
ammassate e indistinte
nell’aere torbida e livida
di fumo e attesa.
Mi volto.
Ogni figura pare ricomporsi;
poi schianta,
carnale,
segnata da labbra rutili
e ricomposte
dalla smania del bacio.
Bella di un nuovo profilo,
di nuove braccia nude,
di nuove linee d’onda;
ripiegate sulla compagna,
invescata e conficcata sul seno palpitante;
scarmigliata e provocata
in un ansito folgorante di notte.
I volti assiepati
si fanno di rugiada torbida.
Ancora un violento
sbattere di corde,
le mani s’allumàcano
sui fianchi,
serpi inghiottono
ogni brandello assopito
per rigettarlo verso l’ipogèo
di ogni desiderio sfrattato,
nel fastigio brulicante
di uno spazio stravolto.
Il liquido scorre rapido,
cola, senza perdono;
dalle cosce vibranti,
sulle caviglie snervate,
dissetando la terra esausta,
ingravidandone il ventre,
frugandola,
nell’intimo abbandono che la vuole
madre.
Un petalo
si è abbandonato alla superficie.
Porta in sé il chiarore
lunare da poco trascorso,
porta in sé la distanza,
e l’addio.
Il suo talamo è ormai smarrito,
si confonde,
giace ancora splendido
della sua corolla,
e ancora tuffa
la sua immagine muta
sul silenzio fragile
dello scintillante manto
lacustre.
Anche il tuo sorriso
vi si affaccia, debole di sonno,
e vi si rifrange;
mentre il petalo
spinto a riva
dal fresco soffio dell’aurora,
ti raggiunge,
ornando di delicata madreperla
il tuo collo fino.
Intorno è solo pace,
solo quel vuoto immenso
colmato di meraviglia e
splendore.
Di sotto lo stelo un filo d’erba è scosso,
poi più nulla,
ogni anima ha il suo risveglio,
ogni bacio il suo perielio.
Il corpo esanime
si abbattè feroce al suolo
esecrato dal pubblico presente:
Per il poco pallore delle gote
scalfite e sbattute sull’asfalto,
per il troppo scèmpio di carne,
per il poco visibile coagulare del sangue.
Scarpigliati e immondi
gli abiti trucidati essiccavano al sole
ancora luridi di vita.
Parevano membra mozzate,
sozzeria lasciata per cibare le cancrene
della terra.
Un colpo dilaniò l’ammassarsi delle voci,
poi un grido,
l’ultimo,
prima che la violenza del fuoco
prendesse a divampare incontrollata.
Il giorno perse la sua luce,
ogni cosa fu sepolta.
Una pioggia lustrale cadde sottile,
ma non ci fu nessun regno
ad attendere,
nessun luogo di riconciliazione,
nessun perdono.
La fine era stata stabilita
da una mano mediocre,
da una mente stupida,
da una faccia demente.
La fine era stata votata
da un mondo sordo,
da un volere improbabile,
da un tempo forse troppo frangibile.
Nell’immenso baratro
di un abisso capovolto
e immutabile,
solo un bagliore,
prima di questo
soffocato tumulto.
Non saper dimenticare,
non essere capaci
di arrestare l’impeto
del sangue,
mentre nelle vene
scorre e infuria la rabbia
celata e oppressa.
Non trovare la forza
per piegare, e dominare,
e soggiogare, il desiderio
impetuoso della rivalsa.
Terribile si fa il cuore
gravido d’offesa;
quando certo della sua lealtà,
quando padrone della sua giustizia,
quando mai schiavo delle altrui vanità.
I nervi si serrano forti nel pugno
pronto nella mano sicura,
nel gesto già disegnato
nel pensiero di tenebra.
La furia dev’essere placata,
l’arsura mondata dalla troppa polvere,
ma il ricordo,
la memoria instancabile
che si riaccende,
sommando livore a livore,
fino a quando resterà placata?
fino a quale momento
il petto la saprà contenere?
Volgiti ora
e allontanati dai miei
occhi;
e ricorda,
che la tua pazzia
è la mia misericordia.
Un debole raggio di sole
pende,
rifratto attraverso
l’ampio lucernario,
raggiungendomi,
lieve e tiepido
di tardo meriggio.
Una melodia distante
s’asperge,
oscillante,
attraverso il fragrare distinto
che al respiro
riporta i confini nitidi
del tuo sembiante.
La mano raumiliata
incide gli ultimi tratti,
poi cede,
e ripone il suo mestiere
e lascia nel vento l’ultima parola:
amore.
Il gréto del fiume
pare ormai un deserto:
l’ultima stilla è trangugiata,
inghiottita dal sole fermo,
sovrano.
Solo una motosa superficie
sulla quale poggiare il passo
insicuro.
Solo frammenti e
ricordi,
attraccati a queste aride sponde,
avvinghiati opposti alla corrente smarrita;
e poi sassi frantumati,
e le macerie
sparse ovunque sull’ampio letto
pendono, rigurgitate fuori
dalla croste terrestre.
Tu non ti mostri a me
futuro.
Se non attraverso
l’interminabile cielo.
Se non per mezzo
del clangore disordinato
di queste foglie.
Lei non verrà più
e io continuerò ad aspettare.
non tornerà più qui
e io la guarderò
svanire.
Pingue la mano
sorvolava il volto
per far sì che lo sguardo
guatante alla pecchia minacciosa
non venisse distratto
dall’abbaglio rugiadoso
della diana.
Il ronzio d’un tratto svanì.
L’occhio corse giù verso
la stretta fratta.
Più nulla.
Vanito era persino il vento.
L’uomo d’affrettò
a portare alla bocca
il miele,
lo masticò,
lo sentì rappigliare fra i denti;
sputò in terra.
Poi guardò innanzi a sé.
La pecchia rideva,
rideva.
Tutto a un tratto scolorò:
le profumate zagare
s’intetrirono,
lo zèfiro tossì
nell’aere aghi di ghiaccio,
le ginocchia si piegarono
e la faccia incontrò la terra,
trasecolando in un ultimo fiato.
Il dolce nettare
si mescolò alla saliva
e scivolò via,
fino a scomparire asciugato fra sterpi.
L’aligere si fletteva in tondo
con levità inconsistente,
e rideva,
rideva.
Lo sguardo si cela,
poi riappare.
Gli ornamenti e le figure
mutano come fotogrammi illeggibili;
sempre uguali,
sempre gli stessi.
Dal sottile tessuto ripiegato
un profumo spande.
Paiono come farfalle:
afferrano il calore
fra le calli,
nascondendo i sorrisi e il rossore,
poi con un chiòccio
si richiudono
e tra le delicate dita,
nude di sicura mano,
scompaiono.
Ora che colui che contò le tue gesta
è qui immobile,
scolpito nella pietra ch’eterna
sprofondando nella fredda materia
quella che fu la sua sofferenza
mortale.
Ora che dall’alto la sua figura si erge,
violata unicamente dagli umori del cielo;
puoi ritrovare il tuo cammino,
richiamare il tuo servitore?
Puoi tu credere ancora nei gloriosi
moti del cuore?
Cosa può farsene questo pianeta
di un pazzo sognatore?
di un illuso mentecatto
armato di cénci e armi di molle tempra?
No, non importa più dei cavalieri,
non importa più del valore saldato in petto.
E’ un mondo di scudieri questo,
un mondo che assiste disilluso,
un mondo che ha sempre paura e trema,
e si lascia tumefare dai colpi di verga,
e si lascia guidare dalla reale follia
verso un limbo di altrettanta
miseria e sudiciume.
Ma io voglio soccombere sotto ai
mulini a vento,
per mano dei mulini a vento,
frantumato da questo vento.
E voglio gridare a Dulcinea
che l’amo, e che l’amerò
comunque,
e che c’è amore ovunque:
tra le mie mani,
attraverso gli occhi,
nell’ultima lacrima e
nell’addio,
nello schianto dell’elsa
in terra,
nella polvere,
e nel mio urlo di vita
che si sparge mai domo
su tutta la terra.
Una voce sottile
blandisce l’anima
confinata,
e la muta.
Un’altra
ne smaga l’aspetto,
e la cattura.
Una lène favilla
si discioglie
sul mio petto nudo,
offerto.
Ègro mi accingo
a oscurare il flàvo
bagliore del metallo
incandescente;
lo evito,
lasciando che il morso
s’abbatta
presso la spalla
fragrante,
che incida la carne sicuro,
attento a non recidere vene.
Il seme muliebre
avvampa
sulle coste avvinte
di voluttà e malìa.
Le lingue, inique,
passano su ogni umore,
invescate e solle.
Soverchiato suono trascinato,
costretto da unghie
di ematite,
in questa latomìa
di alabastro
e smalti trasudati.
Sono serchiato,
e come réna
mi dissolvo,
precipitando nella voluta
inconsistente dell’ombra
e imbelle
accasciandomi per un ultimo
lamento
del cuore.
La vestale s’ornava
e claudicante verso l’uscio muoveva
lenta, e severa nel torvo viso
gravosa verso colui che non le diede avviso.
Ma venne un prence di foglie ornato
e alla donna d’un tratto svanì il fiato,
tanto che l’altro, si bello, ma tonto,
lasciò la donna cadere e intonò un canto:
“Vogliate signora accettarmi a palazzo
perché possa proteggere le vostre alte virtù
dinnanzi al nemico che potrebbe sortire
in un qualunque momento dalla bragia o da un pozzo!”.
La casta rispose con l’adunco naso piegato all’insù:
“Messere domate l’ardire. La vostra corazza già fuma
e voi potreste svanire!”.
Quante mani abbiamo
serrato nel saluto,
e quante liberate
nel congedo?
Quanto del passato
resta vivo,
e quanto ne muore?
Dove ripara la gioia
e il breve frammento
sbiadito?
Dove trova nuovo vigore,
nuovo barbaglio?
Milioni di anime
che mi attraversate,
centinaia di voci
che vi dileguate,
più rapide,
più spietate.
Quanto cammino
ancora ci è concesso,
insieme?
Cosa contiene la pàtera
che ci verrà offerta
dopo il lungo silenzio?
Tutta questa esistenza
che mi si affolla dentro,
che irrora l’anima
di nostalgia,
mentre il sangue come ràgia
sedimenta,
percosso e sciupato dal tempo
veloce.
Cosa risponderò a questa esistenza?
Lascio su questa terra il pianto
e i grandi baleni del mio sorriso,
e intrido tutti voi
nella volta interminabile
del mio cielo
mai spento.
Belle che vi levate
al vento e danzate,
ornatemi con le vostre fragranze
celesti e vermiglie.
Vestitemi di onda,
lago e torrente e
navigatemi.
Perché sul confine
delle vostre labbra
è il mio attracco,
sull’orizzonte glauco
del vostro respiro
il mio volo,
sulla pace dei vostri
cuori materni il
mio splendore.
Non c’è lume
che sappia guidare
come i vostri occhi,
né vampa capace
di ardere come il
vostro incanto.
Di voi invochiamo il nome
ed è il canto,
un murmure dell’anima mai spento,
un agrore che si tramuta in siero
e si sparge dolce nei corruscati
e smarriti precordi.
Porgetemi le mani
e insegnatemi
che cos’è il silenzio;
fate sì che io impari ad ascoltare
e poi con un bacio svanite,
ineguagliabili creature dell’amore.
Madrid, 11 agosto 2006
Questa terra adusta
si fa difficile al passo,
non senti?
E la tua pertinacia
non ti salverà,
non potrà svellere da questo greppo
la radice succosa,
non ti darà
abbastanza forza
per vincere i borri
e le tremende fratte.
La tua bocca
masticherà strame
e il tuo ventre esangue
sarà fondiglio
di macerie e tormento.
Non senti la réna
invescarsi ai
calcagni?
Dove credi
di poter intingere
le tue labbra
assetate?
Domani il sentiero
ti avrà abbandonato
e io non potrò più
tenderti la mano.
Cadrai solo,
redimìto dal popolo
dei senza fede,
frantumato
dalle urla degli
affamati.
La tua mercede
sarà l’abbandono
e dómo sarà il tuo petto,
e nessuna sostanza più
verrà a saziarti,
nessuna ricompensa.
Hai perduto tutto
e ora, senza esitare,
rendimi i miei
sogni.
Madrid, 11 agosto 2006